Dove sono i liberali?

Dal 2012 a oggi, Forma ha rivolto buona parte della sua attenzione alle proposte politiche che mettessero merito, libero mercato e innovazione (tecnocrazia?) al centro dei loro programmi. Scelta Civica, Fermare il Declino, per non parlare di quei partiti che non hanno neppure visto le urne come Rinascimento Italiano o ALI, sono tutti morti, moribondi o nella migliore delle ipotesi, asfittici. Dopo il naufragio di tutte queste (poche, in verità) formazioni, cosa è rimasto oggi del panorama liberale italiano?

Non  molto, in realtà. Come recentemente ha ripetuto Mario Monti, ad aprile assisteremo ad uno scontro di populismi: le pensioni minime a 1000 euro di Berlusconi contro gli 80 euro Urbi et Orbi di Renzi, contro i 780 euro di reddito di cittadinanza dei 5S. Tutto pagato a debito, ça va sans dire.

I liberali, che per ragioni naturali e storiche dovrebbero rappresentare il watchdog dei partiti della spesa e in generale un compatto fronte anti-statalista, sono da sempre divisi e litigiosi. Non diversamente quest’anno, in cui i 25 (e)lettori liberali sono divisi quasi equamente in tre gruppi:

Le mummie.   Il PLI, non quello storico, ma quello resuscitato nel 1997 da Stefano del Luca (classe 1942), ha la vitalità di un cadavere riscaldato, e trova la sua naturale collocazione nel cdx.

I tecnocratici. Ciò che resta di Scelta Civica, i cui pezzi residuali sono tenuti insieme da Zanetti, sono pure con il cdx. Non tanto per convinzione quanto per esclusione: peggio di Renzi-Padoan non potrà essere (ottimisti!).

I radicali (chic). Bonino e Della Vedova hanno costruito una lista europeista, di ispirazione liberale, in coalizione con il PD, sì quelli che hanno appena chiuso una manovra quasi completamente a debito.

La differenza tra questi ultimi due risiede soprattutto nelle politiche di immigrazione: lassaiz faire (Bonino) vs. applicazione della legge (Zanetti), sebbene esistano anche altre divergenze minori, ad es. sul ruolo della scuola privata, sui cd. “diritti civili”, o sull’antiproibizionismo delle droghe leggere.

Alcune osservazioni ne scaturiscono naturalmente:

– Il rischio concreto è che nessuna di queste formazioni riesca da sola ad arrivare al 3% con il risultato di portare benzina ad un più vasto gruppo socialista-statalista-populista;

– Non esiste ancora una figura politica in grado di unificare gli sforzi dei liberali almeno sui temi principali. Monti c’era quasi riuscito, forse un domani potrà esserci Draghi, chissà;

– Nel M5S non si vede neanche da lungi l’ombra di un pensiero liberale. Se non fosse per la regia occulta di Casaleggio jr, anzi, si potrebbe dire che non si scorge proprio il pensiero.

Sullo sfondo, problemi urgenti e concreti: debito ormai fuori controllo, deficit ben oltre il ragionevole, nessun orizzonte di aggressione alla spesa pubblica, nessun dominio delle situazioni economiche più disperate (regione Sicilia, partecipate romane, etc.), probabile ingovernabilità qualora nessuno raggiunga il 40%.

Non è neppure il caso di dolersi per questa divisione. Anche se i liberali avessero messo da parte il loro inveterato e litigioso individualismo non avrebbero comunque superato il 6%, oggettivamente poco per incidere sulla vita politica reale. E questo perché, diciamocelo, gli italiani non sono intrinsecamente liberali. Sono tutti a sbraitare di meritocrazia ma poi pensione, posto fisso e privilegi corporativi sono ancora in cima ai loro desiderata. Troppi vivono di stato, troppi conducono un’esistenza parassitaria sulle spalle dei pochi che ancora riescono a produrre reddito.

In quest’ottica, l’unica soluzione per un liberale resta sperare in un rapido default e successivo intervento dei tanto paventati elicotteri della Troika (che magari porteranno un Draghi ormai a fine mandato) oppure, più realisticamente, espatriare verso un posto civile.

 

Polidori

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